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Granda in Piazza 2026: tre giorni per capire che la birra succede meglio insieme

Granda in Piazza festival birra artigianale

La terza edizione di Granda in Piazza si è appena conclusa, e per noi è stata la più bella di sempre.

Più pubblico, più birra spillata, più persone arrivate alla Piazza dei Mestieri con la voglia di scoprire qualcosa e non soltanto di bere bene. Ma soprattutto, più occasioni di confronto vero: tra birrai, publican, appassionati, operatori, musicisti e persone che magari sono entrate per curiosità e sono rimaste fino all’ultimo panel o all’ultimo bicchiere.

I numeri contano, perché raccontano una crescita concreta. Però da soli non spiegano perché questa edizione ci resterà addosso più delle altre.

La risposta sta probabilmente nelle relazioni.

Un festival che si costruisce birra dopo birra

Granda in Piazza non nasce per mettere insieme il maggior numero possibile di spine o per trasformare la birra artigianale in un semplice pretesto per fare festa. La festa è una parte importante, certo. Ma il punto è creare un luogo in cui la scena birraria possa incontrarsi davvero, senza restare chiusa nelle distanze tra città, mercati o abitudini.

Anche quest’anno Torino è diventata per tre giorni un punto d’incontro per birrai arrivati da diverse parti d’Europa, insieme a chi lavora ogni giorno nei locali, nella distribuzione, nella comunicazione e nell’organizzazione di eventi. Persone con approcci diversi, storie diverse e birre molto diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa voglia di confrontarsi senza dover per forza recitare una parte.

È questo che rende un festival più interessante di una semplice degustazione: la possibilità di vedere cosa succede quando le birre diventano il punto di partenza di una conversazione.

Il valore di ritrovarsi, per la terza volta

Alla terza edizione, Granda in Piazza comincia a essere qualcosa di più riconoscibile di un appuntamento riuscito.

Non è ancora una tradizione nel senso più comodo della parola, perché ogni anno cambia, si allarga, prova a fare un passo in più. Ma sta diventando un luogo in cui le persone tornano volentieri, e in cui nuovi incontri si sommano a relazioni nate nelle edizioni precedenti.

Per noi questa è forse la parte più importante.

Le collaborazioni, i festival e gli incontri internazionali hanno valore quando non restano episodi isolati. Quando un birraio che hai conosciuto durante una cotta torna per un festival. Quando una conversazione iniziata davanti a una spina si trasforma in un progetto. Quando chi arriva da fuori non viene soltanto invitato a servire una birra, ma entra davvero nel contesto e ne diventa parte.

Granda in Piazza sta cercando di costruire proprio questo: un network che non esiste solo nei messaggi, nei social o nelle foto di gruppo, ma nelle occasioni concrete in cui ci si vede, si lavora, si beve e si discute insieme.

Bere, ascoltare, discutere

Quest’anno i panel hanno avuto un ruolo ancora più centrale.

Non perché un festival della birra debba diventare un convegno, ma perché la birra contemporanea è fatta anche delle domande che le girano intorno. Come si racconta una birra quando tutti comunicano? Come si resta riconoscibili senza diventare ripetitivi? Come si costruisce un progetto che sia comprensibile anche fuori dalla nicchia degli appassionati?

Sono domande che non hanno una risposta unica, ed è proprio per questo che vale la pena portarle su un palco, davanti a persone che vivono il settore da punti di vista diversi.

I workshop hanno aggiunto un altro livello: non solo ascoltare chi fa birra, ma entrare più da vicino nei processi, nelle idee e nelle scelte che stanno dietro a un bicchiere. Senza trasformare tutto in una lezione, ma dando a chi era presente qualche strumento in più per guardare la birra con maggiore curiosità.

Una festa, nel senso migliore del termine

Poi c’è stata la parte più semplice da raccontare e, forse, la più difficile da programmare: il divertimento.

La birra spillata bene, le persone che si incontrano, la musica, i tavoli pieni, il tempo che passa più velocemente del previsto. Quella sensazione per cui un evento funziona non solo perché il programma è solido, ma perché nessuno ha davvero voglia di andarsene.

È un aspetto che non vogliamo mai dare per scontato. La birra ha una capacità particolare di mettere le persone nella condizione giusta per parlare, conoscersi e abbassare un po’ le distanze. Un festival riesce quando questa possibilità resta aperta per tutti: per chi arriva con competenze profonde e per chi entra senza sapere esattamente cosa aspettarsi.

Granda in Piazza deve continuare a essere anche questo: un posto in cui non serve alcun patentino per sentirsi parte della scena.

Da Torino a una scena più ampia

Granda nasce in provincia di Cuneo, ma da tempo prova a costruire relazioni che vanno oltre i confini più vicini. Non per sembrare più grande di quello che è, ma perché la birra migliore nasce spesso dal confronto con chi lavora in contesti diversi dal proprio.

Granda in Piazza rende fisica questa idea.

Porta a Torino birre, persone e punti di vista provenienti da una scena europea che non è affatto uniforme. E allo stesso tempo mostra che un festival può avere una forte identità locale senza diventare locale nel senso limitante del termine.

La terza edizione è finita, ma alcune delle cose più interessanti cominciano adesso: le conversazioni che proseguiranno, le idee che prenderanno forma, le collaborazioni che forse nasceranno da un incontro avvenuto davanti a un bicchiere.

Per tre giorni la Piazza dei Mestieri è stata davvero una piccola Land of Beer.

E il bello è che, ogni anno, sembra diventare un po’ meno piccola.