Dopo Violet Fever, con i suoi frutti di bosco e il suo colore intenso, volevamo continuare a lavorare su un’idea precisa: una birra acida che non chiedesse a chi la beve di conoscere un linguaggio tecnico, uno stile o una scena prima di poterla apprezzare.
Con Summer Fever siamo partiti dalla stessa famiglia, ma abbiamo cambiato completamente stagione, atmosfera e direzione.
Mango e albicocca ci portano immediatamente altrove: ai pomeriggi troppo caldi, agli aperitivi che si allungano, alle serate in cui una birra deve essere fresca ma anche abbastanza viva da non confondersi con tutto il resto. Il risultato è una Modern Sour da 5,1% che conserva la tensione acida della linea Fever, ma la porta verso un profilo più luminoso, tropicale e immediato.
Non è una birra che prova a imitare un cocktail. È una birra che accetta il fatto che chi ama i cocktail, gli aperitivi e i miscelati possa trovarci qualcosa di familiare.
Dalla Violet Fever all’estate
Violet Fever aveva una direzione più scura, quasi notturna: frutti di bosco, acidità, profondità cromatica e un carattere che chiedeva attenzione fin dal primo sorso.
Summer Fever parte dalla stessa volontà di rendere la birra acida più aperta e meno rituale, ma sceglie ingredienti che parlano un’altra lingua. Il mango porta una componente piena e tropicale, mentre l’albicocca aggiunge una sfumatura più morbida e solare, con quella nota leggermente acidula che evita alla birra di diventare semplicemente dolce o prevedibile.
È una combinazione che ci interessava anche per un motivo molto concreto: in estate una birra deve riuscire a essere dissetante senza sparire. Deve avere abbastanza carattere da restare impressa, ma non così tanta struttura da diventare un impegno.
Summer Fever lavora proprio in quello spazio.
Una collaborazione londinese, senza cartolina
Per farlo abbiamo coinvolto Pretty Decent, birrificio londinese che ci piace per il modo in cui tiene insieme creatività, ironia e attenzione reale a ciò che finisce nel bicchiere.
La scena londinese è abituata a convivere con pubblici molto diversi: chi cerca la nuova birra da inseguire, chi passa dal pub dopo il lavoro, chi arriva dal mondo dei cocktail e chi vuole semplicemente qualcosa di buono da bere senza trasformare ogni scelta in una dichiarazione di appartenenza.
Pretty Decent porta bene questa attitudine. C’è un lato british, leggero e autoironico, ma non superficiale; un modo di prendere la birra sul serio senza imporre serietà a chi la beve.
Era il compagno giusto per una cotta come questa.
Le collaborazioni hanno senso quando servono a spostare un progetto in una direzione che da soli non avremmo trovato con la stessa naturalezza. Non bastano due nomi su una lattina: serve un punto di incontro, una sensibilità condivisa, qualche discussione utile e una birra che, alla fine, non sembri la semplice somma delle due parti.
Con Summer Fever volevamo costruire proprio questo: una sour italiana nata da una conversazione con Londra, pensata però per funzionare qui, nelle nostre estati, nei nostri dehors, nei frigoriferi pieni prima di una grigliata e nei bicchieri serviti quando il sole non ha ancora deciso di scendere.
Una birra che allarga il tavolo
Per molto tempo la birra artigianale ha chiesto alle persone di imparare un codice prima di poter entrare davvero nel suo mondo. Stili, sigle, gradi Plato, luppoli, tecniche di fermentazione, discussioni su cosa sia corretto e cosa non lo sia.
Tutto questo può essere interessante. Ma non dovrebbe mai diventare il biglietto d’ingresso obbligatorio.
Summer Fever prova ad allargare il tavolo. Può piacere a chi beve abitualmente sour, certo, ma anche a chi di solito sceglie uno spritz, un highball, un cocktail alla frutta o un aperitivo con una componente fresca e acida. Non perché sia una birra travestita da altro, ma perché lavora su alcune sensazioni che quei bevitori conoscono già: l’acidità che pulisce il palato, la frutta che rende il sorso immediato, il colore e l’aroma che anticipano una bevuta più estiva che meditativa.
Per chi beve birra in modo più tradizionale, invece, può essere una piccola sorpresa.
Non tutte le birre devono cercare la rassicurazione del malto, dell’amaro classico o della forma già conosciuta. Alcune possono spostare appena più in là il confine di ciò che siamo disposti a chiamare birra, senza per questo smettere di esserlo.
Fever, ma con il sole addosso
La parola Fever rimane, perché rimane l’idea di una birra intensa, colorata, costruita per farsi notare. Ma questa volta la febbre non è quella di una notte lunga o di un frutto scuro: è quella dell’estate, delle ore calde, delle playlist messe troppo presto e delle serate che iniziano con un aperitivo senza sapere bene dove finiranno.
Summer Fever non vuole sostituire la lager da spiaggia, né la pils da tavolata, né la birra luppolata bevuta davanti a una griglia.
Vuole fare un’altra cosa: aggiungere una possibilità.
Una Modern Sour con mango e albicocca, nata con Pretty Decent a Londra e pensata per accompagnarci per tutta l’estate. Fresca, acida, fruttata, ma soprattutto abbastanza aperta da far entrare nel mondo della birra anche chi, fino a ieri, pensava di non averci nulla a che fare.
Perché a volte il modo migliore per difendere la birra non è chiuderla dentro una definizione.
È continuare a darle nuovi posti in cui succedere.
