Siamo tornati dal London Craft Beer Festival con la sensazione di aver partecipato a uno degli eventi birrari meglio organizzati degli ultimi anni. Bellissimo lo spazio, alto il livello dei birrifici presenti e tanto pubblico interessato ad assaggiare, confrontare e fare domande.
Noi di Granda eravamo ospiti dello stand di Beer52 insieme ad altri birrifici italiani, sotto l’ombrello del Consorzio della birra da filiera agricola italiana. Alla spina avevamo portato due birre molto diverse: Nebbia, la nostra Italian Pils, e Alternative, una IPA prodotta con succo di pesca. Passare tante ore dietro le spine è uno dei modi migliori per capire un festival. Si ascoltano le domande, si vedono le reazioni al primo sorso e si capisce quali informazioni aiutano davvero una persona a scegliere una birra. Ed è proprio da lì che arriva l’impressione più forte che mi sono portato a casa.
La birra italiana incuriosisce (tanto!)
Il pubblico britannico è curioso nei confronti della scena craft italiana. Non ho percepito diffidenza o disinteresse. Al contrario, molte persone volevano sapere chi fossimo, che cosa stesse succedendo in Italia e quali caratteristiche distinguessero i nostri birrifici. La domanda più difficile, però, arrivava subito dopo: che cosa identifica esattamente la birra artigianale italiana?
È facile raccontare la tradizione belga, quella tedesca o quella britannica. Anche la birra americana, pur essendo molto più recente, ha costruito nel tempo un’identità immediatamente riconoscibile, legata soprattutto all’uso del luppolo, alla reinterpretazione degli stili e a una certa attitudine culturale. La scena italiana è invece molto vivace, tecnicamente preparata e creativa, ma meno semplice da riassumere. Probabilmente anche perché non nasce da una sola tradizione: abbiamo assorbito influenze diverse, le abbiamo reinterpretate e spesso ci siamo mossi senza sentire il bisogno di costruire una scuola precisa. Questa libertà è una forza, ma quando ci si presenta all’estero può diventare anche un problema di leggibilità.
L’Italian Pils apre una porta
In questo senso Nebbia ci ha dato una risposta molto concreta: l’Italian Pils è uno dei pochi contributi italiani alla cultura birraria contemporanea che oggi viene riconosciuto e reinterpretato anche fuori dai nostri confini. Parte da una struttura condivisa — una Pils secca, pulita e bevibile — e introduce un uso più evidente del luppolo, soprattutto attraverso il dry hopping. Non serve una lunga spiegazione, perchè chi ha già bevuto una Pils possiede un punto di riferimento; chi conosce il movimento craft capisce immediatamente dove si trova la variazione italiana.
Non credo sia un caso che Nebbia sia stata la prima delle nostre due birre a terminare. Era fresca e legata a uno stile sul quale era possibile aprire una conversazione: non semplicemente una buona Pils prodotta da un birrificio italiano, ma una birra che portava nel bicchiere un’interpretazione riconoscibile. Questo non significa che la birra italiana debba identificarsi esclusivamente con l’Italian Pils. Significa però che uno stile di questo tipo offre qualcosa di prezioso: un linguaggio comune dal quale iniziare il confronto.
Anche Alternative raccontava qualcosa di italiano
Alternative partiva da una situazione diversa. A prima vista poteva sembrare una delle molte (tantissime) IPA presenti in un grande festival internazionale. Il succo di pesca, però, cambiava la lettura della birra. Non era un ingrediente inserito soltanto per renderla più appariscente. La pesca aggiungeva una componente aromatica immediata e coerente con la base luppolata, spostando la birra in una direzione creativa ma ancora comprensibile. Anche questo, secondo me, racconta bene una parte dell’approccio italiano: prendere uno stile internazionale e introdurre un elemento capace di modificarne l’identità senza trasformarlo in un esercizio gratuito.
Così quando cercavamo di spiegare che cosa potesse distinguere il movimento italiano, Nebbia e Alternative offrivano quindi due risposte diverse. La prima mostrava uno stile ormai riconosciuto come contributo italiano alla scena internazionale. La seconda mostrava un’attitudine: usare ingredienti e sensibilità del nostro Paese per dare una direzione personale a uno stile nato altrove.
Un mercato ancora aperto alle novità
Il Regno Unito rimane un mercato molto interessante. È maturo, competitivo e pieno di birrifici solidi, ma non sembra aver perso la voglia di scoprire qualcosa di nuovo. Il pubblico del festival assaggiava birre locali, americane ed europee senza bisogno di costruire troppe gerarchie. Probabilmente per un birrificio italiano questa apertura rappresenta una possibilità reale. Non basta, però, arrivare con una buona birra. Bisogna arrivare con qualcosa che possa essere capito, ricordato e raccontato.
E poi bisogna riuscire a far arrivare fisicamente la birra.
Le complicazioni doganali e logistiche incontrate per portare i prodotti nel Regno Unito non sono state banali. Sono aspetti poco visibili durante il festival, quando il bicchiere viene riempito in pochi secondi, ma diventano determinanti per capire se una presenza occasionale possa trasformarsi in un mercato continuativo. Essere inseriti in un gruppo di birrifici italiani, ospitati da Beer52 e sostenuti dal Consorzio, ha fatto una grande differenza. Ci ha permesso di presentarci non come singole aziende isolate, ma come parte di un movimento ancora difficile da definire e proprio per questo interessante da esplorare.
Tornare, ma con un’idea ancora più forte
Da Londra torno quindi con una conferma e una domanda. La conferma è che la birra artigianale italiana può suscitare interesse fuori dall’Italia. Le competenze tecniche ci sono, le birre reggono il confronto e il pubblico è disposto ad ascoltarci. La domanda semmai è come rendere questa scena più riconoscibile senza ridurla a una formula artificiale. Forse non esiste un solo stile capace di rappresentarla. Potrebbe esistere, però, un modo italiano di fare birra: partire da tradizioni internazionali, confrontarsi senza complessi con le scuole più consolidate e introdurre ingredienti, sensibilità e interpretazioni che abbiano un legame reale con ciò che siamo. L’Italian Pils è già una parte di questa risposta. La creatività con cui molti birrifici italiani lavorano sugli ingredienti può essere un’altra.
Ora dobbiamo trovare nuove idee per tornare. Non soltanto con altre birre, ma con un racconto ancora più chiaro di ciò che la birra italiana può portare dentro un festival internazionale.
